| Entretien avec Emanuele Crialese |
Intervista a Emanuele Crialese realizzata da Stefania Cubeddu il 18 marzo 2007 a Parigi(La traduction française de l'entretien est en cours de réalisation) SC: Emanuele Crialese buongiorno, la mia prima domanda sarà una domanda di rito: come nasce l’idea di un film e, soprattutto, come nasce l’idea del film Nuovomondo ? EC: Come nasce l’idea di un film, penso che ogni volta sia un’esperienza diversa. Non credo che si possa dire come nasce. Ogni volta è un ricordo, un’immagine, un libro che uno legge, dei pensieri. Ogni volta è una cosa diversa che ti passa per la testa. SC: Nel tuo film l’America immaginata dai contadini è rappresentata nelle cartoline che arrivavano dall’America. Sono cartoline vere oppure le hai immaginate, disegnate? EC: Assolutamente no, sono cartoline vere. Tutte le cartoline che si mostrano nel film sono originali, del 1915. SC: All’inizio del film ci sono due scene molto importanti. Nella prima si vede una famiglia di siciliani, la famiglia Mancuso, che aspetta un segno, un qualcosa che li aiuti a prendere una decisione. Le cartoline rappresentano un segno concreto e reale che risponde alla loro attesa. È un segno che sta a confine fra la fede cattolica, la superstizione e una forma di magia. Nella scena seguente Donna Fortunata riesce a liberare Rita da forti dolori con un rito. Fra il rito di Donna Fortunata, l’attesa dei Mancuso e la superstizione c’è un legame, un collegamento? EC: Certamenente e comunque fa parte della religione cattolica. Dio cammina sull’acqua, ci crediamo ai miracoli, no? Esistono i miracoli, ci abbiamo sempre creduto. Quindi lui [Salvatore] aspetta un miracolo e questo miracolo consiste nell’arrivo di queste immagini. Cioè sono delle cose che fanno parte di noi, sono dei rituali che noi usiamo quando c’è qualche cosa di importante da decidere e sentiamo che il nostro destino può cambiare. Allora adottiamo dei piccoli rituali. Tra la chiesa, tra la paganità del rituale e le magie di Donna Fortunata, le psicolmagie di Donna Fortunata c’è assolutamente una connessione perfetta. SC: Che cos’è la psicomagia, puoi spiegarci meglio? EC: Allora, le origini della psicomgia non le so... però ho letto delle cose applicate al teatro di Iodorowsky. Io chiamo psicomagia tutto quello che ci mostra e ci fa visualizzare il nostro dolore, cioè molti dolori, molti mali sono autoprovocati, la psicomagia, come diceva anche Iodorowsky è la pasticchetta di zucchero data dal dottore al paziente che dice di avere sempre mal di testa. Il dottore dice che è uno strano mal di testa, gli da la pasticchetta e di colpo il paziente senza quella pasticchetta non può più vivere. In realtà quella pasticca è zucchero. Io credo che noi abbiamo una capacità di autorigenerarci che purtoppo nessuno ci ha insegnato ad usare. Donna Fortunata che cosa fa? Entrando nello specifico lei è veramente una guaritrice, non è una fanfarona. Le due ragazze stanno andando a sposarsi nel Nuovo Mondo con illustri sconosciuti. Lei interroga la ragazza e le chiede “che cosa ti senti? ” e lei le dice “c’ho una serpe che mi s’atturcinnia [attorciglia]intorno alla pancia”. Siccome in questo periodo non esisteva la parola angoscia, una contadina per esprimere la strizza, l’angoscia, la strizza1 (i tuoi alunni ti chiederanno che cos’è ... è una parola un po’ romana [la paura]), questa cosa che ti entra nella pancia e non ti dà tregua, e insomma, lei la definisce “un serpentello che ho dentro la pancia”. Allora ci si esprimeva in maniera molto più semplice. Ora descrivere l’angoscia è molto più complesso. Cosa faceva la guaritrice? Prendeva un serpentello da sotto il letto, glielo estraeva e glielo mostrava. La ragazza aveva così tanta paura che visualizzava la paura e l’angoscia le passava. E te ne posso citare molti altri di esempi così. È stato provato ormai che molti dei nostri dolori siano provocati da noi o anche da alcune delle nostre paure. SC: In Nuovomondo emergono molte tradizioni dell’Italia del Sud, per esempio i canti, la musica. Sono tradizioni che hai potuto osservare da vicino? E C: io non sono un antropologo e non sono neanche uno storico. Io ho preso e usato quello che ho osservato sul campo. Da alcuni testi di De Martino, da alcuni studi che ho fatto sulla comunità contadina, ho preso quello che vedevo di più magico. Perché volevo raccontare una cosa precisa, volevo raccontare quello che l’uomo portava con se, nel senso della sua vita di tutti i giorni che è legato anche al senso della terra proprio ad ogni uomo. Cioè l’uomo in equilibrio perfetto con la natura, l’uomo che sopravvive della natura, in quel momento c’era un’aderenza alla terra, al pianeta che, secondo me, ad un certo punto, proprio con l’industrializzazione, abbiamo completamente perso. Perché, allora, un uomo era comunque capace di fare crescere un pomomdoro. Era capace di veder crescere un fiore. L’uomo è arrivato poi a fare lo stesso movimento dell’industria. Si è alienato e ha perso tutto. Ha perso la sua saggezza, la sua memoria, quello che ogni uomo dovrebbe saper fare. Nel mio viaggio in Sicilia, sia da un punto di vista saggistico, sia da un punto di vista fisico, sono andato lì e ho acchiappato tutto quello che mi sembrava simbolico, metaforico, per raccontare la vita di un uomo di altri tempi. E forse ho anche mischiato delle cose che magari si facevano nel 1900 con delle cose che invece si facevano nel 1905. Ho anche giocato. Perché c’è un discorso che bisogna fare, non come si affronta un discorso sulla storia ma come si affronta un discorso sulla memoria. Perché io, personalmente, alla storia non ci credo più tanto. Credo invece di più a chi ha vissuto quelle cose. Meglio, alle testimonianze di chi ha vissuto quelle cose e noi le abbiamo per ricostruire il percorso intimo, il percorso dell’anima della massa, non il racconto di quanti erano, l’anima della massa, le lettere degli emigranti. SC: Cosa sono le tradizioni per te? EC: Le tradizioni per me sono la memoria, cioè tutto quello che rimane delle vite passate, che possono essere le memorie di un villaggio, di un gruppo di un’etnia. Sono comunque delle tracce della memoria. Siccome per me la memoria è molto importante per capire chi siamo e anche forse per capire dove stiamo andando, recupero le cose tradizionali quindi della memoria. È questo che mi piace offrire, riproporre e ripropormi. Come per esempio quel duello tra i due suonatori di tamburo, uno siciliano e uno pugliese che improvvisano rime in due dialetti diversi, in due lingue diverse. Il battito del cuore però è comunque quello. Il battitto, la percussione, il battito del tamburo, su quello si intendono perché il battito del tamburo comunque rappresenta il lavoro sulla terra. In Italia, ma anche in Africa, il tamburo è nato per dare la possibilità di battere il ritmo del lavoro. Anche gli schiavi facevano così. C’era un suonatore nei campi che per incoraggiare gli uomini ad avere un ritmo del lavoro batteva la percussione del tamburo, per cui è una cosa molto legata alla terra, molto al lavoro e molto anche a questa specie di trance in cui i nostri contadini entravano quando sentivano le percussioni, quando c’era un rituale, una festa o semplicemente una riunione di amici a casa. Usavano questo strumento per tutto. EC : Secondo me anche per andare altrove... in un mondo immaginario. Ognuno di noi ha un mondo immaginario e loro avevano un mondo immaginario sicuramente meno caotico del nostro, con molti meno elementi che però aveva dei fantasmi. Raccontavano le storie di fantasmi intorno al fuoco, no? C’erano tante più storie da raccontarsi. Non c’era la televisione ma loro avevano sempre tante storie da raccontarsi e da raccontare. C’era la tradizione orale, il tramandarsi le storie cambiandole, arricchendole e elaborandole di padre in figlio. SC : Nel film Nuovomondo i personaggi parlano in dialetto e in tutti e tre i tuoi film, Once we where strangers, Respiro e Nuovomondo, usi il dialetto. C’è l’inglese, non c’è l’italiano ma c’è il dialetto. Penso sia molto importante sottolinearlo anche perché Nuovomondo in Italia, come mi dicevi, è stato proiettato con i sottotitoli in italiano. Perché la scelta del dialetto? EC: Perché l’italiano comunque non è una lingua che è legata al dialogo di strada. Ed è come se io sentissi che non si è ancora radicata nel linguaggio di tutti i giorni, veramente. Il dialetto è una lingua talmente antica, talmente musicale che in due frasi può spiegare una situazione, un’emozione. Non so perché ma l’italiano non mi suona. Non mi suona nel dialogo. E poi c’è un discorso per me legato all’italianità sul dialetto. Soprattutto nel momento in cui faccio un film all’inizio del secolo legato alla nostra identità italiana. Io penso che l’Italia non sia un Paese veramente unito come nazione. A causa di questi dialetti e del fatto che ogni regione ha una sua identità ed ha avuto una sua dominazione. Questa è un’identità culturale che non possiamo ignorare, che non possiamo reprimere. Quando sento qualcuno che parla perfettamente il dialetto siciliano e che improvvisamente si mette a parlare italiano è come se gli mancasse qualcosa. È come se non parlasse veramente lui. È come se parlasse un’altra lingua. Quindi per catturare una lingua più naturale io sono legato alla realtà dialettale. Abbiamo avuto un periodo in cui questa cosa era stata recuperata: il periodo di Pasolini, il periodo di Fellini. Ora è come quasi ci vergognassimo di avere anche il dialetto. Anche nelle famiglie siciliane ho osservato che quando si ricevono a casa degli ospiti, si comincia a parlare un perfetto italiano. Come se ci vergognassimo di aver avuto delle origini nobili e legate ad un altro tipo di vita, una vita legata ad un’attività più rurale. Come se fosse volgare. Immaginiamo il dialetto come qualcosa di volgare. Se io fossi ‘l’assessore al turismo’ proporrei a tutte le regioni d’Italia caratteristiche, a tutte le isole, di sforzarsi a parlare dialetto con i turisti italiani e di far loro delle lezioni di dialetto. È una cosa molto bella da imparare, è una cosa in più che il turista può imparare. Per esempio: come si dice “il pane in dialetto?” si dice “U pane”. Noi ci vergogniamo ma andrebbero divulgate. Solo allora sarebbe possibile una vera identità nazionale. Quando ci si rende conto che il dialetto è una lingua dell’anima. SC: A questo dobbiamo aggiungere che ci sono gli italiani che emigrano che vanno fuori dall’Italia ma che comunque rimangono legati a questa sorta d’Italia che è rimasta dall’altra parte. Questo aspetto fa sempre parte di uno dei diversi modi di definire l’italianità. EC: Ma è proprio perché è un Paese che ha avuto delle tradizioni e delle origini così profonde. Abbiamo subito non so quante dominazioni. La nostra terra ha anche delle tradizioni contadine che vengono dalla Grecia. Ci sono delle tradizioni al sud molto antiche, antiche e noi ce le portiamo dentro perché fanno parte della nostra cultura familiare. I morti sono cari. Abbiamo una festa dedicata ai morti a cui crediamo molto. È una festa importante per tutti noi. Evidentemente la tradizione è fatta anche da coloro che sono vissuti prima di noi, i nostri antenati. Questa è una cosa che c’è rimasta. Quando l’italiano viaggia anche la terra parte con lui. Ed è per questo che in Nuovomondo c’è quel pezzo di terra che si lacera. Non partono delle persone, parte un pezzo di terra. Parte la migliore gioventù italiana che si stacca con la terra attaccata ai piedi. Perché in tutto il mondo l’italiano –che non colonizza e che non entra nel mondo come dominatore ma entra come lavoratore dell’ultimo livello– anche a distanza di cinque generazioni, di quattro generazioni, l’italiano ti dirà: “io sono italiano”, ti parlerà di suo nonno, del suo bisnonno, parlerà un po’ d’italiano, farà dei piatti italiani e frequenterà la comunità italiana. Paradossalmente io sento che l’Italia è più unita all’estero che in Italia. Quando vado fuori c’è la comunità italiana che sembra veramente un Bel Paese, il famoso Bel Paese. In Italia questo Bel Paese non lo vedo, vedo il formaggio 2 Bel paese... SC: Vorrei approfondire il tema dell’immaginazione. Nel film ci sono dei simboli importantissimi come per esempio il fiume di latte. Da dove hai preso questa idea? Dal Corano? Dalla Bibbia? EC: È una visione biblica religiosa. Non sapevo che ci fosse anche nel Corano. Era anche una di quelle storie che si raccontavano intorno alla terra promessa e al paradiso terrestre e in generale al paese della pace e dell’abbondanza e della Cuccagna. Un luogo dove non c’era bisogno di lavorare perché tutto cresceva con estrema facilità e c’era tutto per tutti, un po’ come la terra. Certo non avevamo i fiumi di latte però avevamo le vacche. Era quindi un mondo ideale non troppo lontano dal mondo che potremmo conoscere e che dava l’idea della ricchezza, dell’abbondanza e della mancanza di miseria soprattutto, dell’abbondanza quasi oltre il necessario. Erano discorsi di carote giganti. Questo era un simbolo era un segno e soprattutto era un’immagine di nuovo. Il discorso è molto legato all’immagine. SC: Come per esempio quando il protagonista si seppellisce da solo sotto terra e poi immagina una pioggia di monete. EC: Il discorso della scena in cui Salvatore si sotterra da solo fa parte di un suo linguaggio rituale simbolico perché a quell’epoca si comunicava molto in questo modo: metaforicamente, con grandi gesti per rappresentare grandi azioni. Le parole erano usate il necessario. Salvatore si seppellisce per lanciare un messaggio molto chiaro alla madre per dirle: “se tu non verrai con noi e ci abbandonerai allora sappi che farai di me un cadavere”. Questa immagine mi è sempre rimasta impressa e ho pensato di chiudere il film con un’immagine, un’immagine semplice e non con una conversazione, non con un dialogo. Niente parole: volevo veramente ritrovare un’immagine che doveva essere idiomatica e simbolica. SC: Passiamo ai tuoi personaggi, come sono nati, cosa rappresentano? EC: Il personaggio di Lucy, Lucy Red, è tradotto in Luce dalla nostra famiglia. Luce perché rappresenta un raggio di luce verso la modernità, nel senso che è una donna che si sta emancipando e sicuramente è una donna che appare come una donna diversa dalle altre donne del gruppo. Sicuramente appartiene a una classe sociale superiore, sicuramente ha un passato da cui sta fuggendo e che non vuole evocare nè ricordare. Infatti di lei si raccontano delle storie, sul ponte. Le altre donne immaginano un passato. Ma della sua vita passata non si hanno delle vere e concrete prove. Sicuramente è in cerca di un uomo che le consenta di entrare nel Nuovo Mondo. L’idea che sia una donna a cercare l’uomo, e che propone all’uomo, è un’idea in qualche modo moderna. Lucy è una donna che non rispetta i ruoli perché sarebbe più il ruolo di un uomo quello di chiedere in sposa la moglie. La situazione era forzata i quel periodo. Lucy è un personaggio che fisicamente e visivamente doveva rispecchiare un’idea di modernità. Infatti il suo corpo, a differenza del corpo di tutte le altre donne italiane, è un corpo allungato verso l’alto. È un corpo slanciato, è un corpo con poco petto e la sua carnagione è molto bianca. Visivamente lei è già un po’ come un’aliena in mezzo a un gruppo di persone tutte più o meno della stessa razza. Questo è quello che per me voleva rappresentare Luce. Lei è soprattutto l’idea di una guida, una guida verso il Nuovo Mondo, cioè la guida degli uomini. C’è una scena del film in cui ci sono donna Fortunata e Luce che si guardano senza parlarsi e tutto si ferma intorno a loro. Volevo dare l’idea di un passaggio di pensiero, di una telepatia tra le due donne. La donna del vecchio mondo che affida alla donna del Nuovo Mondo i suoi uomini. E questo in un certo senso indica un mio punto di vista e cioè che sia sempre la donna a condurre il destino dell’uomo. E questo è un tema comune nei miei film. L’uomo può perdere la via, la donna invece ha un istinto legato al fatto che è l’unica portatrice e donatrice di vita e che in generale, secondo me, non può fallire. Se è condotto da una donna il destino spesso è un destino più protetto. Luce è proprio questo. Nella scena finale del latte Luce emerge. O meglio, lei sta già nuotando nel latte, è fuori quadro. Entra nel quadro, si isola nel quadro, guarda oltre la macchina da presa. Emergono i nostri tre uomini che vanno dietro di lei che ha uno sguardo diretto in un punto, [lo sguardo] più sicuro dei quattro, ed è lì che sta andando verso la modernità, verso la nuova era. Salvatore è un personaggio, anche quello sognato, inventato completamente. È quello che rappresenta l’uomo che vive semplicemente, nutrendosi dei frutti del suo lavoro. È un uomo che lavora molto, è un uomo che, sul campo, ha delle visioni e crede in presenze della natura, come se fossero degli dei della natura. Fondamentalmmente è un uomo che si fida degli altri uomini ed ha tutto un suo codice d’onore. Il suo sogno è molto semplice, è molto “naif” è un sogno comunque legato al nutrimento. C’è una carota gigante che emerge. C’è una fantasia rispetto ai pezzi d’oro che cascano dagli alberi ed è il sogno americano. È l’inizio del sogno che poi lui vivrà e che le generazioni seguenti vivranno. È l’inizio della visione. È l’inizio della volontà di potersi vedere altrove rispetto a quella che era stata l’immagine che i contadini avevano della loro vita. Fino a quel momento nessuno aveva mai immaginato di partire e quindi la vita era prestabilita e sempre uguale per tutti. Partendo l’uomo abbandona anche le cose che sa fare. Che è una scelta molto importante per la sua sopravvivenza. Per me Salvatore è il sognatore. È il Salvatore3 appunto, del gruppo. È un uomo che ha un rapporto di paternità –non avendo una donna– molto diverso da quello che potrebbe essere il rapporto di un contadino con i suoi figli. I figli allora erano un bene perché aiutavano a lavorare la terra, quindi più figli si avevano, più ricchezza si aveva. Salvatore tratta i suoi figli semplicemente come se fosse un uomo tra due ometti. C’è una filosofia che li fa reagire sempre in modo diverso ma insieme. Reagiscono, sono molto vicini alle cose che succedono l’uno all’altro. Quella scena sul ponte, in cui Salvatore guarda Lucy/Luce, in cui si gira per primo e i figli quasi telepaticamente si girano nella sua direzione. Di nuovo lei li guarda, li sorpende a guardarla, e di nuovo tutti e tre hanno la stessa reazione. E di nuovo tutti e tre si voltano nuovamente verso di lei. C’è un vero rapporto tra il padre e i due figli. Un rapporto che si costruisce lavorando la terra, passando le giornate intere insieme e vivendo insieme. Il padre allora viveva con i figli. Non li mandava a scuola, la scuola erano il padre e la madre. Quindi c’è un rapporto molto simbiotico. Questi tre uomini cercano una donna: lui cerca una moglie e i due cercano una madre. Il Sordomuto è un personaggio che, proprio perché è molto legato al mondo della natura, non ha mai sentito il bisogno di comunicare attraverso il linguaggio. Quindi imita gli animali perfettamente. Ogni volta che viene dato per muto, il padre si ribella e dice: “non è muto”. Il padre ha sempre dato il suo nome per lui. Lui è stato abituato così per cui non ha mai avuto bisogno di comunicare. Soltanto alla fine, quando sua nonna perderà la parola –perché nel Nuovo Mondo non ha modo di esprimersi– lui la prenderà per lei e sarà il continuatore, in un certo senso, del mondo dei morti. In comunicazione col mondo dei morti rimarrà lui. Donna Fortunata è una donna che ha un ruolo preciso nella società contadina. È colei che conosce le piante. È colei che conosce i mali, è colei che si occupa dell’uomo e che quindi ricopre un ruolo superiore nel suo mondo e fondamentale. SC: Donna Fortunata ha anche un ruolo di tramite fra il mondo dei morti e quello dei vivi SC: Per concludere, qualche parola su Ellis Island e sui test che fai vedere nel film. Sono reali? Si svolgevano veramente in questo modo? EC: Assolutamente sì. Ho fatto vedere i più antichi. Nel 1917 già presentavano ai contadini un test sul campo da tennis: la rappresentazione pittorica del campo da tennis. C’erano due giocatori vestiti di bianco, uno da una parte e uno dall’altra. In mezzo, dove dovrebbe esserci la rete, non c’era la rete. E loro chiedevano agli emigranti di aggiustare l’immagine. Cioè: “cosa manca a quell’immagine?” Ma i contadini non solo non sapevano cosa fosse il tennis, ma non avrebbero mai saputo rispondere correttamente a quella domanda perché non sapevano dell’esistenza di quella rappresentazione. Questi sono alcuni dei paradossi degli esperimenti che hanno fatto sugli emigranti. Probabilmente volevano anche accorgersi quanto loro conoscessero della nuova cultura in cui entravano, per essere sicuri che si adattassero. Perché il demonde del governo americano era avere gente ‘public charge’. Cioè avere gente che non potesse permettersi di mantenersi da sola e che sarebbe ovviamente stata a carico dello stato, persone non produttive. L’uomo cominciava ad essere misurato, ed è per questo che c’era la misura dell’intelligenza, tra produttivo e non produttivo. Il produttivo: benvenuto. Il non produttivo non è uomo, non ha valore per noi. Non è una forza lavoro, non lo vogliamo. Notes |